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Nel giorno del compleanno di Carlo Bo

giovedì, 25 gennaio 2018, alle ore 14.00

su su Radio 3, “Wikiradio”,  

andrà  in onda

un Ritratto di Carlo Bo

curato da Massimo Raffaeli

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25 gennaio 2018

Per ricordare il compleanno di Carlo Bo, il 25 gennaio 1911, riportiamo l’Intervista di Giulio Galetto a Carlo Bo del 18 giugno 1995 a Verona in occasione di un convegno in memoria di Gino Barbieri, economista e storico, morto nel 1989. L’intervista  è stata pubblicata su “L’ Arena” di Verona.

 

Solo la poesia ci ha salvato

“La letteratura del Novecento, lo specchio dei nostri giorni bui”

 

Il senatore (no: in questa occasione ci sembra  più consono dire il professore) Carlo Bo esce dalla sala affrescata di Palazzo Giuliari, a Verona, intitolata ora a Gino Barbieri: lì il prof. Bo ha tenuto la prolusione appunto al “Convegno in memoria di Gino Barbieri”: una commemorazione dell’insigne studioso legnaghese di storia economica nella quale sono risuonati anche echi di autobiografia culturale: la sfiducia di Bo nei confronti della storia intesa come progresso (la storia che era studiata dall’amico Gino Barbieri), il segno diverso (pessimistico) del suo cristianesimo rispetto a quello ottimisticamente attivo della fede dell’amico. Sono, questi, segni che siglano fortemente da sempre, l’appassionata idea che Bo ha della «letteratura come vita»: un’idea alta, diciamo, della letteratura tanto quanto ¨alta la temperatura di una vita che avverte la ferita, la caduta e, nella caduta l’esigenza di “continuare ad attendere con dignità , con coscienza una notizia che ci superi, che ci soddisfi” (sono parole che si leggono nel testo della relazione che Bo lesse al «Quinto convegno degli Scrittori Cattolici» tenutosi a San Miniato nel 1938).

  mentre il secolo si chiude e di letteratura si parla (molto), ma spesso come di qualcosa di  decaduto, di spento (è  recente, fra  l’altro, il giudizio di  “annata letteraria grigia” emesso dalla giuria del Campiello), che cosa dobbiamo pensare della formula 2alta” che lei coniò 57 anni fa, appunto “letteratura come vita”?

 

Credo che per letteratura d’oggi si possa parlare di ricapitolazione più che di viva creatività.  Allora, negli anni Trenta, cioè¨ in un tempo in cui tante cose della realtà  che ci circondava non potevano essere da noi accettate, letteratura come vita significava una passione per ciò che sentivamo più vivo e vero dentro di noi, per i nodi ideali del nostro spirito, una ammirazione per certe figure di scrittori che forse tendevamo anche a idealizzare, ma dalle quali ricavavamo messaggi insostituibili. Quell’amore della letteratura è rimasto, ma il panorama letterario che ci circonda mi sembra meno appassionante. Certo, io ho anche corretto col tempo la formula di letteratura come vita, l’eccesso di “interiorità” che essa forse sottintendeva: la realtà  ha un peso, occorre che la parola colga questo peso”.

 

Per quell’ideale di letteratura come vita che coincise con la stagione ermetica si parlò di “assenza”. Lei ha detto che l’assenza era un modo di vincere un tempo storico buio in vista di  una “certezza”, di un “ordine morale”. L’assenza può essere un’arma anche nel tempo buio,  diversamente buio, di oggi?

“E’ difficile rispondere, è particolarissima la valenza che allora assumeva la dimensione di “assenza”, un modo non vile di rifiutare quel tempo. Certo io credo che i tempi siano sempre bui e che oggi sia ancora più buio di ieri o dell’altroieri.

 

In una intervista recente lei ha detto che il secolo che finisce le sembra fatto di fallimenti, di macerie, di presunzioni. E’ un giudizio assoluto o ha visto giusto Giuliano Gramigna supponendo  che il suo sia stato uno “scoppio di pessimismo pascaliano” e “una specie di sazietà  del  leggere?

 

“L’interpretazione di Gramigna è riduttiva, perchè considera il mio giudizio solo in relazione alla letteratura. Io mi riferivo anche alla società , alla realtà  nei suoi vari spessori; e il mio pessimismo su tutto questo è una convinzione radicata. Anche la mia fede cristiana vive dentro questo pessimismo”.

 

Dunque per lei continua ad essere vero quello che affermava nel  ’45 rispondendo a Vittorini, che    nel numero inaugurale di «Politecnico» lamentava la sconfitta della cultura occidentale nella  quale aveva gran parte il cristianesimo. Lei rispondeva che “Cristo non è  cultura”, cioè¨ che la  fede vive nella umanità  in modo radicalmente “altro” rispetto alla cultura e ai suoi veri o supposti  effetti benefici.

 

“Certo, continuo a credere che Cristo non  è cultura, non è semplicemente cultura. Vittorini credeva illuministicamente alle “magnifiche sorti e progressive”; io penso che la storia sia fatta sempre di conquiste e disfatte: è dall’interno di questa oscura realtà  che si apre la fede per me”.

 

Che cosa pensa della realtà  letteraria odierna della Francia, della Spagna, le cui letterature,  soprattutto novecentesche, lei ha amato e ha fatto amare a molti di noi?

 

“Anche qui una risposta è difficile; sicuramente io vedo, per restare alla Francia, che i nomi di Gide, di Claudel, di Mauriac non sono stati superati; e allora anche qui, come dicevo prima, ho l’impressione che questi siano essenzialmente anni di ricapitolazione”.

 

Ricapitolando, allora, potrebbe indicare nomi o tendenze o settori del Novecento letterario da  salvare?

 

“Lasciando stare il gioco dei nomi, direi che le cose migliori, quelle appunto da salvare, sono nella poesia piuttosto che nella prosa (a livello europeo, non solo italiano); la ricerca della poesia è una ricerca di verità  più profonde, per questo credo che le parole della poesia siano soprattutto quelle che dobbiamo salvare”

 

In questa funzione di salvare e far conoscere le cose valide della cultura crede che i media, la   televisione soprattutto, possano avere qualche funzione positiva?

 

“Si, fra tanto che passa attraverso la televisione, anche qualche cosa di positivo si salverà; però domina la confusione, il sovrapporsi caotico dei messaggi. Per questo lo strapotere della televisione, di cui tanto si parla, va guardato con sospetto”.

 

Siamo partiti dal binomio letteratura e vita, abbiamo parlato forse di letteratura più che di vita.  La vita, la vita di oggi in Italia, in generale: come la vede (magari pensando che siamo a Verona,   in una città  che, per certe tragiche cronache aventi per protagonisti i giovani, ha fatto parlare di  “sindrome veronese”

 

“Gli ideali” che vengono proposti sono deleteri: la ricchezza, il guadagno, il successo facile. Domina la tendenza a ignorare i valori della interiorità, non si  è più capaci di ascoltare il “Dio nascosto” che è in noi”.

 

 Amarezza, dunque, sulla generale realtà di oggi. E quel settore della realtà  forse timone o specchio, che è la politica?

 

A questa domanda il viso del senatore si atteggia a un sorriso che ci sembra significhi la ovvietà  di un giudizio che non può essere entusiasta e, insieme, il ritegno o il poco gusto che egli prova ad esprimerlo, quel giudizio. Poi dice:

 

“Mi sembra ci sia un vuoto di fondo sul quale cresce la chiacchera, l’esagerazione, l’ enfasi, la spettacolarizzazione”.

 

Quest’ultima risposta è breve, ma eloquente sulla assoluta disaffezione di Carlo Bo nei confronti di qualche cosa che è diventato, troppo spesso, vuoto rituale. Bo, che non nega la sua presenza alle cerimonie, ai riti, ci insegna proprio a fuggire il pericolo della retorica vuota in agguato dietri i riti. Ha saputo trasformare la commemorazione di Gino Barbieri in un colloquio col “Dio nascosto” della sua e altrui coscienza (e così ¬ possiamo dire che era stato un mese fa, su un territorio diverso –  quello del suo lavoro di critico – in una commemorazione, tenuta a Feltre, di Dino Buzzati). Gliela esprimiamo questa nostra ammirazione per la sua capacità  di dare spessore serio alle cerimonie: lui risponde:

“Le cerimonie sono cose buone: basta farle bene”.

 

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21 luglio 2017

Carlo Bo è morto a Genova il 21 luglio 2001, in mezzo alle turbolenti giornate del G8 che si è svolto nella città ligure dal 20 al 22 luglio 2001, duramente contestato da vari movimenti contrari alla riunione, contestazione che si è trasformata in violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia. Anche l’ospedale in cui stava morendo Carlo Bo è stato toccato dalle agitazioni.

Carlo Bo ha destinato la sua grande biblioteca alla Fondazione Carlo e Marise Bo, creata il 3 febbraio 2000 quando lui era ancora vivo. Seconda la sua volontà questa biblioteca doveva conservare ciò che lui aveva raccolto durante la sua lunga vita, avrebbe però anche dovuto crescere in coerenza alla sua composizione originaria concentrata in primo luogo sulle letterature e culture dell’Europa moderna e contemporanea e le letterature nate in seguito e sviluppatesi nel nord e nel sud del continente americano. Carlo Bo voleva che questa biblioteca fosse a disposizione dei ricercatori e degli studiosi, ma soprattutto degli studenti della sua Università che aveva guidato per tanti anni. Il modo migliore di ricordarlo è frequentare questa ricca biblioteca e passarvi delle ore per leggere le opere che a lui erano state così care e fare delle ricerche sugli autori presi in considerazione anche da lui.

 

 

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25 gennaio 2017

La Fondazione Carlo e Marise Bo desidera ricordare che Carlo Bo il 25 gennaio 1911 è nato a Sestri Levante. Per richiamare alla memoria la sua figura sono stati scelti due articoli, usciti nel 1991 per il suo ottantesimo compleanno, che presentano la figura dello studioso, del Rettore dell’Università di Urbino, del viaggiatore, del personaggio sempre in cerca dell’essenziale, della verità.

Cesare De Michelis (*1943), italianista e importante editore, descrive su “Il Gazzettino” del 25 gennaio 1991 la figura del grande studioso, Cesare Garboli (1928-2004), critico letterario, editore e scrittore, su “La Repubblica”del 12 gennaio 1991parla dell’influsso che lo studioso e critico letterario Carlo Bo ha esercitato sulla sua formazione e racconta dell’immagine che si è fatta di lui che di persona ha incontrato una sola volta nella sua vita.

Carlo Bo – Il Gazzettino

Carlo Bo – La Repubblica