Novità

Addio a Jean Starobinski, il medico principe della critica letteraria

Il grande studioso svizzero è morto a Morges all’età di 98 anni.

Figura unica del panorama critico internazionale, è stato insignito della laurea “honoris causa” dalle più prestigiose università del mondo

 

Si stava avvicinando a compiere il secolo, Jean Starobinski. È morto a Ginevra, dove era nato nel 1920, e lì si era formato, saldando i due interessi essenziali della sua vita: la letteratura e la medicina. Si era specializzato in psichiatria, e la sua indagine prolungata nel territorio della psiche si avvaleva di una cassetta degli attrezzi da umanista-scienziato.

Uno specialista della civiltà occidentale, un ascoltatore dei testi letterari capace di esplorarne i “temi” come motivi appunto musicali, melodie. Dà al critico il compito ambiziosissimo – e destinato, come lui stesso diceva, a restare incompiuto – di riconnettere un’opera ai motivi meno visibili di un’immaginazione/immaginario, di cogliere “tutti i rapporti” che essa ha “col mondo, con la storia e con l’attività di un’intera epoca”.

Lo spazio dell’universo, lo spazio della storia, lo spazio dell’interiorità: Starobinski cerca le cuciture, i richiami, prova a stanare il momento generativo di una “poetica”, ne affronta la turbolenza, tanto più forte, radicale, quando realtà e irrealtà entrano in conflitto. Cercava per questo nel “furor”, nella follia, nell’estremo dell’incubo e del delirio la rivelazione di una verità notturna: dai Greci a Shakespeare a Hoffmann, da Rousseau a Flaubert, Starobinski è il medico col termometro, quello che misura la febbre di autori e personaggi, la “scala delle temperature”.

Tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Cinquanta, quando era stato prima interno in una clinica universitaria a Ginevra e poi in ospedale psichiatrico vicino a Losanna, aveva deciso di studiare, da medico e da letterato, la “storia millenaria della malinconia e della sua cura”. Alternava radioscopie a letture appassionate di Montaigne, lezioni di neurologia a scambi quotidiani con Leo Spitzer.

“Vengo spesso considerato un medico apostata – ha scritto nel 2012, raccogliendo i testi dedicati su un arco di mezzo secolo ‘all’inchiostro della malinconia’ – passato alla critica e alla storia letteraria. A dire il vero, i miei lavori erano frammisti”. E con “disinvolta pacatezza” – il “tono” di Starobinski , per come l’ha perfettamente colto Yves Bonnefoy – il grande ginevrino insisteva a indagare nel disordine dell’anima. Quando, in un piccolo bellissimo libro su Baudelaire, Starobinski legge La Malinconia allo specchio, da dialogare i versi dei Fiori del male con le luci e le ombre di una tela di La Tour, con lo spettro angosciante che una “Maddalena penitente” pare contemplare nel buio appena rischierato da due candele.

Cerca sempre di fare la storia dei sentimenti, ovvero l’avventurosa “storia delle parole tramite cui l’emozione si è enunciata”. Così, le parole-chiave di Starobinski – in una ipotetica mappa lessicale che ci dice molto di lui – sono “malinconia”, “libertà”, “ragione”, “sogno”, “trasparenza”, “azione-reazione”, e “dono”.

L’umanista tenace, l’elegantissimo conversatore-ascoltatore, (“La parola è per metà di colui che parla e per metà di colui che ascolta” ripeteva col suo Montaigne), ha creduto fino in fondo al lavoro sulle idee e sulla letteratura come “festa della ragione critica”, all’interrogazione costante del rapporto fra etica e estetica, allo sforzo faticosissimo della comprensione che approda a un giudizio.

Se l’arte della critica è dialettica, è relazione, può tradursi – ci dice Starobinski – in un esercizio morale utile anche nel vivere quotidiano. “Ciascun critico come ciascun individuo – spiegava a Franco Marcoaldi su Repubblica qualche anno fa – ha ovviamente una relazione particolare e personale con il mondo, ma quando legge deve essere capace di mettersi in posizione di ascolto rispetto a mondi diversi dal suo. È quanto cerco di fare da una vita, anche se non sono affatto sicuro che il mio sguardo e il mio grado di ascolto siano sufficientemente ampi…”.

 

Paolo di Paolo, “La Repubblica”, 7 marzo 2019

 

 

Jean Starobinski

 

Il 4 marzo 2019 è scomparso a 98 anni Jean Starobinski, l’eminente critico letterario e docente di letteratura francese a Baltimora, a Ginevra e Basilea, medico specializzato in psichiatria, importante esploratore del mondo della malinconia.

L’Università di Urbino nel 1995 gli aveva conferito la laurea honoris causa in Lingue e letterature straniere.

Riportiamo la relazione di Giovanni Bogliolo, allora Preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Urbino, all’occasione della Laurea honoris causa in Lingue e letterature straniere a Jean Starobinski il 9 maggio 1995:

 

L’ampiezza, la varietà e l’importanza dei lavori di Jean Starobinski lo collocano tra le figure più eminenti del pensiero contemporaneo. La sua formazione interdisciplinare gli fa prediligere autori e linee di pensiero che si muovono in molteplici direzioni e si volgono a stabilire correlazioni, intrecci e percorsi laterali, senza mai azzardare commistioni laboriose o indulgere a semplicistici eclettismi, ma mantenendosi sempre in una linea di sostanziale fedeltà ai presupposti critici e metodologici che trasparivano già nei suoi primi lavori e soprattutto in quelli capitali rappresentati dalle sue due tesi di dottorato, in lettere e in medicina: Jean-Jacques Rousseau. La transparence et l’obstacle (1957) e Histoire du traitement de la mélancolie des origines à 1900 (1960). La sua concezione della critica come attività recettiva e come partecipazione simpatetica o come ricerca della propria attraverso l’altrui spiritualità, se è retaggio del magistero intellettuale e morale di Marcel Raymond e risente di quella temperie culturale che ha potuto accreditare l’ipotesi di una «École de Genève», mostra subito una sua imperiosa originalità. Anziché soffermarsi sulle forme, Srarobinski tenta di eluderle con una complessa e paziente strategia. Egli concepisce la «relazione critica» come inesausto esercizio del proprio «diritto di sguardo». Centrale per Montesquieu, a cui il critico ha dedicato uno dei suoi primi lavori, lo sguardo, ovvero quella capacità di scoprire attraverso la diversità dei fenomeni l’universalità della ragione, diventa capitale per la sua più personale elaborazione del «senso della critica». Legame vivente tra la persona e il mondo, tra l’io e gli altri, lo sguardo è dunque al centro della riflessione di chi, come il critico, ha il compito di vedere nitidamente, panoramicamente, non senza la lenta decifrazione di una paziente lettura ravvicinata, per situarsi in relazione con l’opera e di riconoscerne l’alterità e l’indipendenza, la sua prossimità e la sua distanza. Risultato di questa vigile lettura dei «sentieri segreti, ma obiettivi, dell’opera«, i due volumi L’œil vivant /(1961) e La relation critique (1970).

Lo studio della fenomenologia dello sguardo nei vari scrittori rimane, per Starobinski, la condizione indispensabile per scoprire la loro più profonda condizione esistenziale; obiettivo dell’indagine critica, di conseguenza, e, attraverso il testo, la scoperta delle più intime ragioni espressive, delle motivazioni profonde che rendono l’opera necessaria per il suo autore e affascinante per il lettore. La zona entro la quale si muove il suo discorso critico è neutra: non mira né alla totalità né all’intimità: né la sola vertigine della distanza di una visione à plomb né l’osmosi dell’intuizione identificante, bensì la ricerca di una verità che consiste nel movimento che va dall’una all’altra. Subire il fascino del testo sarà allora scoprirne la dimensione profonda, il senso secondo, il più lontano che riconduce al più vicino: le parole stesse ove il «senso elegge la propria dimora» (come se il linguaggio poetico risultasse essere un discorso di copertura, sotto cui si cela un messaggio: argomento questo, di Les mots sous les mots, uno studio sugli anagrammi di Saussure condotto da Starobinski nel 1971).

Montaigne en mouvement, del ’82,che raccoglie gli scritti degli anni ’56-’68 intornoai concetti di être e paraître, la già citata tesi su Jean-Jacques Rousseau. La trasparence et l’obstacle, ripresa nel ’71, si interrogano sugli esiti in un certo senso complementari del pensiero di due scrittori. L’analisi lucida, intima della loro opera, conduce Starobinski a leggere, nel primo, l’accettazione dell’apparenza come costitutiva e l’affermazione della sua legittimità, nel secondo, la nostalgia della trasparenza originaria, la rassegnazione passiva alla separazione delle coscienze: due percorsi il cui movimento presuppone comunque uno «sguardo» sul mondo che solo se dimentico di sé può lasciarsi interrogare, «sorprendere», quindi rispondere. Tutto al contrario nell’esperienza del malinconico: al centro dell’interesse di Starobinski fin dalla tesi di dottorato di medicina e argomento delle sue lezioni al Collège de France dell’87-’88, la malinconia, che dopo Panofsky e Saxl il critico ha contribuito a conservare al centro dell’attenzione degli storici dell’arte e della letteratura, è oggetto di analisi in Trois fureurs (1974), e in La mélancolie au miroir. Trois lectures de Baudelaire (1990), studi in cui sono messi a confronto testi di poeti e di teorici della letteratura con un certo numero di rappresentazioni pittoriche. Inseparabile dall’idea che nella cultura occidentale, e per secoli, i poeti si facevano della loro stessa condizione, la malinconia nella sua stretta relazione con la riflessione filosofica è ancora tema e argomento dell’annunciato L’encre de la mélancolie.

L’invention de la liberté (1964), 17889: les Emblèmes de la raison (1973), il più recente Le remède dans le mal. Critique et légitimation de l’artifice à l’âge des Lumières (1989) e l’atteso Diderot: un diable de ramage sono saggi che si muovono nell’ambito dello studio dell’evoluzione delle idee e delle arti e che si ricollegano ancora una volta al campo della medicina. La nozione di crisi, che implica un passaggio e un’alternativa, contemporaneamente il male e il processo che decide, permettono allo studioso di interrogarsi sul limite tra barbarie e civiltà, tra conversione e caduta, su quel sogno di rigenerazione nel trionfo della luce della Ragione e nella chiarezza dell’intelligenza che caratterizza immagini, miti e opere del Settecento francese.

Claude Garache, dell’88, Table d’orientation dell’89, con Diderot dans l’espace des peintres (1991) e Largesse (1991), queast’ultimo concepito come catalogo di una esposizione al Museo del Louvre, sono le testimonianze più recenti della eclettica ma orientata visione del critico, che, come già nel lontano Portrait de l’artiste en saltimbanque (1973), non cessa di interrogarsi a tutti i possibili livelli e da sempre sosperso nel fragile equilibrio tra il volo e la caduta, tra il ripiegamento chino su di sé e l’elargizione, sorridente, del dono.

======================================================================================================================================

Per il 25 gennaio 2019

Il 25 gennaio 2019 ricorre il centonono compleanno di Carlo Bo che ha voluto fondare questa Fondazione intestata a se stesso e a sua moglie, la scrittrice Marise Ferro, lasciandovi tutta la sua immensa biblioteca. Ci ricordiamo di lui con questo suo testo, scritto nel 1949, pochi anni dopo la fine della spaventosa seconda guerra mondiale, un testo che sembra scritto per la nostra attuale situazione, tesa da tanti contrasti nazionali e internazionali.

 

CARLO BO, Una voce da Springfield

Da Springfield negli Stati Uniti ci giunge una voce con molto ritardo ma è sempre tempo per ascoltare il segno della verità. È la voce di un vescovo e mi raccomando di insistere su questi due dati, è la voce di un vescovo americano: il suo messaggio è, dunque, doppiamente carico di un senso attuale, di una forza a cui bisogna rispondere subito.

Ci dice quel vescovo:

«Il problema bruciante per milioni di uomini del nostro tempo di disperati non è già di sapere se i dogmi cristiani siano o no accettabili. Ma è questo il problema: il vero cristianesimo può risolvere i conflitti sociali, economici e morali del nostro tempo?
Gli uomini d’oggi non sono attirati verso Cristo da dissertazioni teologiche che nascondono la questione essenziale: il vero cristianesimo può essere efficace? Gesù Cristo non parlava per sillogismi. Andava fra i poveri, i malati, con compassione e con comprensione, attirandoli a Sé con la dolcezza della sua carità»

Sono parole esatte e che, se esaminate con sincerità e con libertà di spirito, rispondono alle questioni che tengono i nostri giorni. Non c’è pace, si parla soltanto di pace, le sedute dell’ONU a Parigi sono finite nel più desolante dei fallimenti, tutti si preparano alla guerra protestando il più sincero desiderio di volere salvare questa nostra civiltà che, a cuor leggero, definiscono «cristiana». Ed ecco che il vescovo di Springfield ci soccorre anche a questo proposito:

«Smascheriamo gli ipocriti. Rifiutiamo, per esempio, il nome di cristiani a quei governanti che con la loro politica omicida di potenza e con l’accumulare stocks di munizioni contraddicono la beatitudine di Cristo: «Beati gli umili perché possiederanno il mondo».

Sappiamo che i capitalisti nevrastenici della proprietà che accumulano ricchezze eccessive mentre i loro fratelli muoiono di fame non meritano di essere uniti a Colui che ha detto: «Beati i poveri di spirito perché il regno dei Cieli è il loro». Né chiamiamo cristiani i diplomatici e i partiti politici rappresentati da loro nelle Assemblee di Nazioni che mentre parlano di pace preparano la prossima guerra con il più grande spregio dell’affermazione del Maestro: «Beati quelli che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio».

Se i politici bacati, i capitalisti avari, i preti che accettano i compromessi, i superficiali «pilastri della società», gli educatori materialisti rifiutano di prendere il loro posto in difesa del cristianesimo, allora, in nome di Dio, smettiamo di chiamarli cristiani.

Il mondo ha bisogno della carità di Cristo, è la carità di Cristo che è la misura del cristianesimo di un uomo…Non ha forse detto: «Il segno per cui tutti gli uomini vi riconosceranno come miei discepoli sarà l’amore che avrete gli uni per gli altri?» Ristabiliamo questa carità nel cristianesimo perché è in questa sola virtù che vive il principio vivificatore, il vinculum perfectionis che raccoglierà tutti gli uomini nelle braccia della Chiesa di Cristo.

La questione è ridotta ormai ai suoi motivi essenziali: non si può aspettare la salvezza dai politici, non c’è una misura ridotta di fede che sostenga l’umanità in questo momento particolare, il campo è tenuto da pochi padroni assoluti della forza, il resto è dominato dalla miseria, dalla disperazione, dall’abbandono. Gli uomini non devono più cercare fuori di loro la ragione della speranza, se vogliono reagire al terrore del male devono cercare l’unica forza probabile nel loro cuore. Non serve illudersi con gli aggettivi, non serve nascondere il giuoco della politica sotto il mantello di una fede protestata come simbolo di guerra. E d’altra parte, chi saprebbe dire con precisione dove sono i veri cristiani? Dalla parte di chi alza questa bandiera per difendere il privilegio, l’abitudine, la pigrizia spirituale o dalla parte di chi è costretto dalla miseria, dal continuo disinganno, da una lunga storia di offese ad alzare il vessillo del nemico e a ripudiare l’ordine antico della prima fede?

Si aggiunga ancora che in un mondo perduto sotto la violenza di opposti fanatismi è difficilissimo, se non impossibile, discernere con esattezza la natura del rimedio. Nessuno crede più alle parole, da troppi anni siamo abituati al loro abuso, da troppi anni assistiamo ad una vergognosa speculazione. L’uomo non ha più tempo per sapere chi ha ragione, aspetta soltanto di vedere chi farà qualcosa per lui, chi arriverà primo in questa strada della carità. La stessa esperienza della guerra – un’esperienza che per la sua mostruosità ci sembrava fissa nell’eterno – è appena un ricordo, noi siamo così stanchi che non sopportiamo più neppure il modo della memoria. A questo punto non credo che si possa più andare avanti, anzi si è cominciato a giuocare con le carte scoperte: vuol dire che a un certo momento gli errori saranno un muro insuperabile e soltanto allora le parole ricominceranno a contare veramente. Non si è cristiani difendendo una immagine sterile di noi stessi, si è cristiani facendo qualche cosa. E qui siamo di fronte a una risposta abbastanza facile: si fa realmente qualcosa? Si lotta veramente per combattere l’ingiustizia oppure si continua ad abusare delle parole? Non basta scendere in guerra con dei pretesti, con dei sentimenti, ci vogliono delle armi e finora le uniche armi utili ci sembrano queste del vescovo di Springfield. Il resto è politica e non conta.

19 dicembre 1948

(da Carlo Bo, Letteratura come vita. Antologia critica, a cura di Sergio Pautasso, Rizzoli, Milano 1994,  pp.1264-1266)

 

======================================================================================================================================

25 gennaio 2018

Nel giorno del compleanno di Carlo Bo

giovedì, 25 gennaio 2018, alle ore 14.00

su su Radio 3, “Wikiradio”,  

andrà  in onda

un Ritratto di Carlo Bo

curato da Massimo Raffaeli

Per ricordare il compleanno di Carlo Bo, il 25 gennaio 1911, riportiamo l’Intervista di Giulio Galetto a Carlo Bo del 18 giugno 1995 a Verona in occasione di un convegno in memoria di Gino Barbieri, economista e storico, morto nel 1989. L’intervista  è stata pubblicata su “L’ Arena” di Verona.

Solo la poesia ci ha salvato

“La letteratura del Novecento, lo specchio dei nostri giorni bui”

Il senatore (no: in questa occasione ci sembra  più consono dire il professore) Carlo Bo esce dalla sala affrescata di Palazzo Giuliari, a Verona, intitolata ora a Gino Barbieri: lì il prof. Bo ha tenuto la prolusione appunto al “Convegno in memoria di Gino Barbieri”: una commemorazione dell’insigne studioso legnaghese di storia economica nella quale sono risuonati anche echi di autobiografia culturale: la sfiducia di Bo nei confronti della storia intesa come progresso (la storia che era studiata dall’amico Gino Barbieri), il segno diverso (pessimistico) del suo cristianesimo rispetto a quello ottimisticamente attivo della fede dell’amico. Sono, questi, segni che siglano fortemente da sempre, l’appassionata idea che Bo ha della «letteratura come vita»: un’idea alta, diciamo, della letteratura tanto quanto ¨alta la temperatura di una vita che avverte la ferita, la caduta e, nella caduta l’esigenza di “continuare ad attendere con dignità , con coscienza una notizia che ci superi, che ci soddisfi” (sono parole che si leggono nel testo della relazione che Bo lesse al «Quinto convegno degli Scrittori Cattolici» tenutosi a San Miniato nel 1938).

  mentre il secolo si chiude e di letteratura si parla (molto), ma spesso come di qualcosa di  decaduto, di spento (è  recente, fra  l’altro, il giudizio di  “annata letteraria grigia” emesso dalla giuria del Campiello), che cosa dobbiamo pensare della formula 2alta” che lei coniò 57 anni fa, appunto “letteratura come vita”?

Credo che per letteratura d’oggi si possa parlare di ricapitolazione più che di viva creatività.  Allora, negli anni Trenta, cioè¨ in un tempo in cui tante cose della realtà  che ci circondava non potevano essere da noi accettate, letteratura come vita significava una passione per ciò che sentivamo più vivo e vero dentro di noi, per i nodi ideali del nostro spirito, una ammirazione per certe figure di scrittori che forse tendevamo anche a idealizzare, ma dalle quali ricavavamo messaggi insostituibili. Quell’amore della letteratura è rimasto, ma il panorama letterario che ci circonda mi sembra meno appassionante. Certo, io ho anche corretto col tempo la formula di letteratura come vita, l’eccesso di “interiorità” che essa forse sottintendeva: la realtà  ha un peso, occorre che la parola colga questo peso”.

Per quell’ideale di letteratura come vita che coincise con la stagione ermetica si parlò di “assenza”. Lei ha detto che l’assenza era un modo di vincere un tempo storico buio in vista di  una “certezza”, di un “ordine morale”. L’assenza può essere un’arma anche nel tempo buio,  diversamente buio, di oggi?

“E’ difficile rispondere, è particolarissima la valenza che allora assumeva la dimensione di “assenza”, un modo non vile di rifiutare quel tempo. Certo io credo che i tempi siano sempre bui e che oggi sia ancora più buio di ieri o dell’altroieri.

In una intervista recente lei ha detto che il secolo che finisce le sembra fatto di fallimenti, di macerie, di presunzioni. E’ un giudizio assoluto o ha visto giusto Giuliano Gramigna supponendo  che il suo sia stato uno “scoppio di pessimismo pascaliano” e “una specie di sazietà  del  leggere?

“L’interpretazione di Gramigna è riduttiva, perchè considera il mio giudizio solo in relazione alla letteratura. Io mi riferivo anche alla società , alla realtà  nei suoi vari spessori; e il mio pessimismo su tutto questo è una convinzione radicata. Anche la mia fede cristiana vive dentro questo pessimismo”.

Dunque per lei continua ad essere vero quello che affermava nel  ’45 rispondendo a Vittorini, che    nel numero inaugurale di «Politecnico» lamentava la sconfitta della cultura occidentale nella  quale aveva gran parte il cristianesimo. Lei rispondeva che “Cristo non è  cultura”, cioè¨ che la  fede vive nella umanità  in modo radicalmente “altro” rispetto alla cultura e ai suoi veri o supposti  effetti benefici.

 “Certo, continuo a credere che Cristo non  è cultura, non è semplicemente cultura. Vittorini credeva illuministicamente alle “magnifiche sorti e progressive”; io penso che la storia sia fatta sempre di conquiste e disfatte: è dall’interno di questa oscura realtà  che si apre la fede per me”.

Che cosa pensa della realtà  letteraria odierna della Francia, della Spagna, le cui letterature,  soprattutto novecentesche, lei ha amato e ha fatto amare a molti di noi?

 “Anche qui una risposta è difficile; sicuramente io vedo, per restare alla Francia, che i nomi di Gide, di Claudel, di Mauriac non sono stati superati; e allora anche qui, come dicevo prima, ho l’impressione che questi siano essenzialmente anni di ricapitolazione”.

Ricapitolando, allora, potrebbe indicare nomi o tendenze o settori del Novecento letterario da  salvare?

 “Lasciando stare il gioco dei nomi, direi che le cose migliori, quelle appunto da salvare, sono nella poesia piuttosto che nella prosa (a livello europeo, non solo italiano); la ricerca della poesia è una ricerca di verità  più profonde, per questo credo che le parole della poesia siano soprattutto quelle che dobbiamo salvare”

In questa funzione di salvare e far conoscere le cose valide della cultura crede che i media, la   televisione soprattutto, possano avere qualche funzione positiva?

“Si, fra tanto che passa attraverso la televisione, anche qualche cosa di positivo si salverà; però domina la confusione, il sovrapporsi caotico dei messaggi. Per questo lo strapotere della televisione, di cui tanto si parla, va guardato con sospetto”.

Siamo partiti dal binomio letteratura e vita, abbiamo parlato forse di letteratura più che di vita.  La vita, la vita di oggi in Italia, in generale: come la vede (magari pensando che siamo a Verona,   in una città  che, per certe tragiche cronache aventi per protagonisti i giovani, ha fatto parlare di  “sindrome veronese”

“Gli ideali” che vengono proposti sono deleteri: la ricchezza, il guadagno, il successo facile. Domina la tendenza a ignorare i valori della interiorità, non si  è più capaci di ascoltare il “Dio nascosto” che è in noi”.

Amarezza, dunque, sulla generale realtà di oggi. E quel settore della realtà  forse timone o specchio, che è la politica?

A questa domanda il viso del senatore si atteggia a un sorriso che ci sembra significhi la ovvietà  di un giudizio che non può essere entusiasta e, insieme, il ritegno o il poco gusto che egli prova ad esprimerlo, quel giudizio. Poi dice:

“Mi sembra ci sia un vuoto di fondo sul quale cresce la chiacchera, l’esagerazione, l’ enfasi, la spettacolarizzazione”.

Quest’ultima risposta è breve, ma eloquente sulla assoluta disaffezione di Carlo Bo nei confronti di qualche cosa che è diventato, troppo spesso, vuoto rituale. Bo, che non nega la sua presenza alle cerimonie, ai riti, ci insegna proprio a fuggire il pericolo della retorica vuota in agguato dietri i riti. Ha saputo trasformare la commemorazione di Gino Barbieri in un colloquio col “Dio nascosto” della sua e altrui coscienza (e così ¬ possiamo dire che era stato un mese fa, su un territorio diverso –  quello del suo lavoro di critico – in una commemorazione, tenuta a Feltre, di Dino Buzzati). Gliela esprimiamo questa nostra ammirazione per la sua capacità  di dare spessore serio alle cerimonie: lui risponde:

“Le cerimonie sono cose buone: basta farle bene”.

 

======================================================================================================================================

21 luglio 2017

Carlo Bo è morto a Genova il 21 luglio 2001, in mezzo alle turbolenti giornate del G8 che si è svolto nella città ligure dal 20 al 22 luglio 2001, duramente contestato da vari movimenti contrari alla riunione, contestazione che si è trasformata in violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia. Anche l’ospedale in cui stava morendo Carlo Bo è stato toccato dalle agitazioni.

Carlo Bo ha destinato la sua grande biblioteca alla Fondazione Carlo e Marise Bo, creata il 3 febbraio 2000 quando lui era ancora vivo. Seconda la sua volontà questa biblioteca doveva conservare ciò che lui aveva raccolto durante la sua lunga vita, avrebbe però anche dovuto crescere in coerenza alla sua composizione originaria concentrata in primo luogo sulle letterature e culture dell’Europa moderna e contemporanea e le letterature nate in seguito e sviluppatesi nel nord e nel sud del continente americano. Carlo Bo voleva che questa biblioteca fosse a disposizione dei ricercatori e degli studiosi, ma soprattutto degli studenti della sua Università che aveva guidato per tanti anni. Il modo migliore di ricordarlo è frequentare questa ricca biblioteca e passarvi delle ore per leggere le opere che a lui erano state così care e fare delle ricerche sugli autori presi in considerazione anche da lui.

 

======================================================================================================================================

25 gennaio 2017

La Fondazione Carlo e Marise Bo desidera ricordare che Carlo Bo il 25 gennaio 1911 è nato a Sestri Levante. Per richiamare alla memoria la sua figura sono stati scelti due articoli, usciti nel 1991 per il suo ottantesimo compleanno, che presentano la figura dello studioso, del Rettore dell’Università di Urbino, del viaggiatore, del personaggio sempre in cerca dell’essenziale, della verità.

Cesare De Michelis (*1943), italianista e importante editore, descrive su “Il Gazzettino” del 25 gennaio 1991 la figura del grande studioso, Cesare Garboli (1928-2004), critico letterario, editore e scrittore, su “La Repubblica”del 12 gennaio 1991parla dell’influsso che lo studioso e critico letterario Carlo Bo ha esercitato sulla sua formazione e racconta dell’immagine che si è fatta di lui che di persona ha incontrato una sola volta nella sua vita.

Carlo Bo – Il Gazzettino

Carlo Bo – La Repubblica